- "Le cronache di Nipponia" -
ottantatreesimo giorno
(lunedì 2 luglio)
L’ultimo Engawa. Lunedì dell’ultima settimana, iniziano a finire i turni. Nel lettore un cd dei Beatles, ma ho già lì pronto One Love di Bob Marley & the Wailers e da qualche parte dovrebbe rintanarsi il mio Norah Jones prediletto. Oggi sola e lo preferisco.
Ci sono luoghi qui che sono davvero diventati miei. Prendi l’Engawa. È stato un turno che ho odiato, 8 ore in una caffetteria vuota ma sempre con le persone sbagliate. Ma una caffettria è proprio un luogo da italiani, in particolare da me. E così quando non era il mio turno, senza nessuno che potesse dire né a né b né c (o né a né r né e), mi svagavo giocando alla “signora del bar”, questa classica figura nostrana dall’immenso potere dionisiaco-seduttivo. Il bar, in Italia, è un nodo focale d’interazione, un topos abbastanza poco letterario e molto molto pragmatico. E a stare dietro al bancone, buttarmi sui divanetti, aprire a mio piacimento frigoriferi e bottiglie, lavare e asciugare piatti velocemente e con dimestichezza, mi sentivo molto una piccola bimba cresciuta che gioca a giocare a non crescere col gioco da bambini di quando era grande. Soprattutto il sabato.
Questa caffetteria cambia a seconda dei giorni. Quando ci lavoro io è un luogo abbastanza serio e melanconico, pochi seri clienti, poche serie visite, molta preparazione di curry, molta gente impacciata che viene ad imparare mooooolto lentamente come fare un caffè, un inchino e qualche formula, molto poco Hiro che il lunedì “si dà”, come dicono a Nagoya in periferia. Il mio giorno preferito per la caffetteria è nettamente il sabato. Io sono libera fino alle 14.30 e lui indossa l’apron blu che così bene sta solo a lui. Se legge, come adora fare, usa anche quegli occhialetti da ossan e io perdo il controllo. È bello, quindi dietro al bancone risplende. Non so dove la prenda tutta quella luce, forse dalla disperazione. Comunque sia, il sabato è festa. Siamo sempre tutti i qui, Macchan è pacato e si fa i fatti suoi, quindi quando tutti decidono finalmente di andarsene un po’ tutti a fare i fatti loro da un’altra parte noi entriamo in un piccolo mondo nella saletta che diventa salottino. Il mio posto è sul divanetto e lui di fronte in poltrona. E come tutto il mondo quando ci viviamo noi, anche quel pezzo di estraneità diventa casa nostra. La nostra stanza è ovunque nel mondo decidiamo di escludere tutto e iniziare a parlarci in silenzio. E siamo solo noi due.
In questa caffetteria è successo di tutto. Abbiamo litigato, ci abbiamo bevuto, ci siamo baciati furtivamente, ci siamo baciati meno furtivamente, ci siamo abbracciati, abbiamo pianto, ci sono tornata ogni qualvolta il venerdì dormivo a Kichijouji da Diego (e ogni volta il suo sguardo) e ci abbiamo riso così forte che l’hanno capito tutti che ci eravamo innamorati. Sempre ascoltando i Sambomaster, sempre la nostra canzone mugugnata fino a quelle parole che sappiamo bene e che parlando di addio non so perché urliamo a squarciagola ridendo. Forse perché a noi, l’addio, fa ridere.
Mi piace stare qui dietro, sentire quell’onnipotenza dionisiaca italiana del momento in cui entra un cliente ed io rapida e sicura gli riempio il bicchiere di acqua, ghiaccio e limone e glielo porto con un gesto quasi elegante chiedendogli se voglia ordinare e piegando impercettibilmente la testa quando sicura e rapida porto l’ordinazione. Goyukkuridouzo.
Mi piace preparare il curry e mangiare di nascosto pezzettini di maiale fritto con la polvere di curry. Mi piace meno puzzare di curry dopo, ma almeno di solito io non taglio le cipolle. E lui è l’unico che non ci piange, io non so come fa. Sembra proprio un cuoco da film, con quella mezza sigaretta in bocca poggiata ovunque e ripresa senza mani mentre gira il tutto o versa qualcosa o combina danni. Come sempre.
Anche l’Engawa mi lascia così tanto, è stato davvero uno dei luoghi prediletti dei nostri sogni. In particolare, il bancone e il divanetto. Su uno ho dormito sull’altro ho sognato. In entrambi i casi, ho visto gli stessi colori e le stesse ombre. Calde e ventilate come un odore di caramelle nell’aria.
Lascio l’Engawa con la celeberrima ricetta del curry alla giapponese:
In primo luogo, prendete 3 cipolle, 2 carote, vino rosso, 4 foglie di lauro, 2 dadi di brodo, 400 gr. di carne di maiale (ma è ottimo anche col vitello), alcol da cucina, polvere di curry, un barattolo di pelati, una banana, una mela, 3 spicchi d’aglio, 2 cubi di curry giapponese (kokumaro), 1 di curry di verdure e 1 di curry indiano, 1 cucchiaio di salsa di soia, 1 cucchiaio di salsa di qualcosa che dopo 3 mesi non è meglio identificata, 4 cosini di crema per il caffè (tipo latte denso), 1 bella tazza di caffè lungo alla giapponese e 1 spezia piccante a scelta.
Ora..tagliate le tre cipolle e mettetele a cuocere per un’ora e mezza fino a carbonizzarle (secondo loro, nere marce va benissimo..ma come ho potuto sperimentare dopo molte lotte per l’emancipazione delle cipolle dal cancerogeno, se le mettete a fuoco lentissimissimo ce la fate a farle scurire senza farle diventare utili a disegnare a carboncino). Nel frattempo, in una pentola molto grande mettete 200 cc. d’acqua, 150 cc. di vino rosso, 4 foglie di lauro, i 2 dadi di brodo e fatele bollire. Ancora prendete la carne di maiale a pezzetti, la cospargete di alcol da cucina e di polvere di curry e la friggete. Ancora a parte, mettete a frullare nel mixer mezza carota, mezzo barattolo di pelati, mezza mela, una banana e 3 spicchi d’aglio. Infine tagliate una carota a metà e poi ogni metà la tagliate a zig-zag creando dei triangolini strani. Quando l’acqua bolle, togliete le foglie di lauro, versate il composto del mixer, la carne e i triangolini di carota. Aggiungete anche i cubi di curry e fate cuocere per mezzora. Sul finire, aggiungete 1 cucchiaio di salsa di soia, 1 cucchiaio di salsa non identificata, i 4 cosini di crema per il caffè, 1 bella tazza di caffè giapponese, ancora vino rosso a piacere e una spezia piccante finché non vi sanguinano gli occhi dalla delizia.
Fate cuocere a piacere e il curry è pronto. Umai!!
Ora passiamo a Norah Jones.
giovedì 5 luglio 2012
Le pericolosissime cronache di Nipponia
- "Le cronache di Nipponia" -
settantatreesimo giorno
(venerdì 22 giugno)
In vita mia ho litigato con tutti i tipi di persone e cazziato parecchi adulti, ma la scena di me che rimprovero la polizia e poi arrabbiata li costringo a riaccompagnarmi a casa anche alle 2 di notte merita un’immediata cronaca di Nipponia.
Scena. Una coppia felice in un parco si promette amore fedele, si sussurra parole di pura gioia e si abbraccia paziente pronta ad affrontare le avversità del futuro. Sovrastati dalla gioia di cui sopra fanno una serie di cose stupide, tipo andare a fare pipì per poi corrersi incontro, abbracciarsi e dirsi “bentornato/a” e raccogliere una bicicletta scassata da terra e iniziare a portarsela dietro. Dopo 2 metri dall’uscita del parco lui ha la brillante idea di girarsi a guardarla (non si fa, Orfeo, è dame) e le dice spontaneo “ma perché oggi il tuo viso è così bello? È il solito viso, perché sei così bella?” e ad Euridice viene quasi un infarto e si blocca in mezzo alla strada piegandosi sulle gambe e iniziano a ridere e a quel punto i malvagi poliziotti si approssimano. Lei vede la polizia e si scosta ma loro la guardano e lei li guarda e loro la guardano e lei li guarda e loro la guardano e lei li guarda. E loro si fermano. E iniziano. E che state facendo e dove andate e di chi è questa bicicletta, prendono il numero della bici e il giovane fa l’errore di dire “è mia”. La poliziotta torna in macchina, quindi il bravo ragazzo dopo aver komattato per bene le bussa e le dice “la verità è che l’abbiamo raccolta” e iniziano a chiedere nome, cognome, dati e dove l’avete presa e perché e non si tocca la roba degli altri e “venite alla polizia”. Il ragazzo inizia a morire dentro per la vergogna e supplica di poter andare solo lui, la ragazza è quasi eccitata all’idea. La scena è questa. Lui, questo terribile criminale nipponico, testa bassa, umiliatissimo, chiede perdono alla fanciulla che è invece pronta alla lotta già nettamente innervosita dalla situazione. Il punto è questo: non avendo fatto nulla di illegale in realtà in Giappone la polizia ti deve fare “la ramanzina”. Lui lo iniziano a trattare come spazzatura, lei è italiana. La portano in macchina con la poliziotta e inizia un discorso donna a donna. Lei ci tiene a spiegarmi che in Giappone toccare la cosa di un altro è vietato, tanto carina, ma io le ho iniziato a snocciolare la mia analisi socio-comportamentale sull’attitudine nipponica e i problemi di comunicazione e la grande tensione che spinge molti giapponesi a suicidarsi e dopo averla rimproverata per l’eccessiva severità e per la bruta attitudine del suo collega anziano mi sono sentita dire quanto sia brava se sono riuscita non solo a farmi capire, ma anche a trasmetterle i miei veri sentimenti e l’amore che provo per lui. Quel “gomennasai” me lo sono goduto come pochi.
E poi lei inizia a spiegare il mio discorso maturo ad un altro collega (gentile, devo dire) e lui pensieroso annuisce anche quando gli dico “mi dispiace, ma avete proprio sbagliato. Per colpa vostra ora quel ragazzo sta male, vi siete comportati proprio male”. E alla fine arriva questo stupido borioso che apre la portiera e inizia a dire “ci saranno pure diversi modi di pensare, tra l’Italia e il Giappone, ma qui siamo in Giappone e si fa così”, però poi al mio “questo perché sei una persona leggera e hai un modo di pensare superficiale. Se fossi una persona profonda capiresti qualcosa in più”, non sapendo cosa rispondere, col muso annuisce e richiude la portiera. Poi ancora chiacchierate gentili con il collega che capisce perfettamente e si fa più di qualche risata e sembra visibilmente dispiaciuto e infine il clue, quando mi iniziano a dire che io devo tornare prima di lui con una macchina diversa e inizio a dire che se lo possono scordare si appropinqua il primo scorbutico che alza la voce e per poco non mi mangio vivo. Il colpo di grazia quando si para davanti a me per fare il bullo e io mi faccio ancora più vicina e lo fisso negli occhi facendogli abbassare lo sguardo mentre il gentile collega chiude gli occhi davanti all’arroganza del vecchio.
Purtroppo quel buon uomo della mia metà alla fine è venuto fuori a dirmi che andava tutto bene, che loro lo avrebbero accompagnato a casa e io dovevo subito andare a letto e stare tranquilla. Siccome me l’ha chiesto lui mi sono calmata, gli ho augurato la buonanotte, abbiamo riso davanti a quelle pecore e hanno iniziato a dire che dovevo andare a piedi perché la macchina era solo una e c’era stato un altro problema. A quel punto sono scoppiata. Io che dico ad un poliziotto giapponese “adesso fai il tuo dovere fino alla fine e mi riporti a casa” è da guinness dell’assurdo. Sono tanto fiera di me.
Io capisco che i giapponesi vengano lobotomizzati da subito, capisco che crescano con l’idea “se questo si fa e questo non si fa così è e bona lè”, ma ad un certo punto ci sarà qualcosa che distingue l’essere umano da una bertuccia. Le bertucce sono molto più libere direi. Pensate, comunicate, capite, ma di che diavolo state blaterando? Capisco che questo sia il Giappone, ma siamo sempre nel mondo! Si chiama “umanità”. Forse è per questa poca giapponesità che paradossalmente amo alla follia il mio uomo. È uno stupendo libero problematico giapponese.
settantatreesimo giorno
(venerdì 22 giugno)
In vita mia ho litigato con tutti i tipi di persone e cazziato parecchi adulti, ma la scena di me che rimprovero la polizia e poi arrabbiata li costringo a riaccompagnarmi a casa anche alle 2 di notte merita un’immediata cronaca di Nipponia.
Scena. Una coppia felice in un parco si promette amore fedele, si sussurra parole di pura gioia e si abbraccia paziente pronta ad affrontare le avversità del futuro. Sovrastati dalla gioia di cui sopra fanno una serie di cose stupide, tipo andare a fare pipì per poi corrersi incontro, abbracciarsi e dirsi “bentornato/a” e raccogliere una bicicletta scassata da terra e iniziare a portarsela dietro. Dopo 2 metri dall’uscita del parco lui ha la brillante idea di girarsi a guardarla (non si fa, Orfeo, è dame) e le dice spontaneo “ma perché oggi il tuo viso è così bello? È il solito viso, perché sei così bella?” e ad Euridice viene quasi un infarto e si blocca in mezzo alla strada piegandosi sulle gambe e iniziano a ridere e a quel punto i malvagi poliziotti si approssimano. Lei vede la polizia e si scosta ma loro la guardano e lei li guarda e loro la guardano e lei li guarda e loro la guardano e lei li guarda. E loro si fermano. E iniziano. E che state facendo e dove andate e di chi è questa bicicletta, prendono il numero della bici e il giovane fa l’errore di dire “è mia”. La poliziotta torna in macchina, quindi il bravo ragazzo dopo aver komattato per bene le bussa e le dice “la verità è che l’abbiamo raccolta” e iniziano a chiedere nome, cognome, dati e dove l’avete presa e perché e non si tocca la roba degli altri e “venite alla polizia”. Il ragazzo inizia a morire dentro per la vergogna e supplica di poter andare solo lui, la ragazza è quasi eccitata all’idea. La scena è questa. Lui, questo terribile criminale nipponico, testa bassa, umiliatissimo, chiede perdono alla fanciulla che è invece pronta alla lotta già nettamente innervosita dalla situazione. Il punto è questo: non avendo fatto nulla di illegale in realtà in Giappone la polizia ti deve fare “la ramanzina”. Lui lo iniziano a trattare come spazzatura, lei è italiana. La portano in macchina con la poliziotta e inizia un discorso donna a donna. Lei ci tiene a spiegarmi che in Giappone toccare la cosa di un altro è vietato, tanto carina, ma io le ho iniziato a snocciolare la mia analisi socio-comportamentale sull’attitudine nipponica e i problemi di comunicazione e la grande tensione che spinge molti giapponesi a suicidarsi e dopo averla rimproverata per l’eccessiva severità e per la bruta attitudine del suo collega anziano mi sono sentita dire quanto sia brava se sono riuscita non solo a farmi capire, ma anche a trasmetterle i miei veri sentimenti e l’amore che provo per lui. Quel “gomennasai” me lo sono goduto come pochi.
E poi lei inizia a spiegare il mio discorso maturo ad un altro collega (gentile, devo dire) e lui pensieroso annuisce anche quando gli dico “mi dispiace, ma avete proprio sbagliato. Per colpa vostra ora quel ragazzo sta male, vi siete comportati proprio male”. E alla fine arriva questo stupido borioso che apre la portiera e inizia a dire “ci saranno pure diversi modi di pensare, tra l’Italia e il Giappone, ma qui siamo in Giappone e si fa così”, però poi al mio “questo perché sei una persona leggera e hai un modo di pensare superficiale. Se fossi una persona profonda capiresti qualcosa in più”, non sapendo cosa rispondere, col muso annuisce e richiude la portiera. Poi ancora chiacchierate gentili con il collega che capisce perfettamente e si fa più di qualche risata e sembra visibilmente dispiaciuto e infine il clue, quando mi iniziano a dire che io devo tornare prima di lui con una macchina diversa e inizio a dire che se lo possono scordare si appropinqua il primo scorbutico che alza la voce e per poco non mi mangio vivo. Il colpo di grazia quando si para davanti a me per fare il bullo e io mi faccio ancora più vicina e lo fisso negli occhi facendogli abbassare lo sguardo mentre il gentile collega chiude gli occhi davanti all’arroganza del vecchio.
Purtroppo quel buon uomo della mia metà alla fine è venuto fuori a dirmi che andava tutto bene, che loro lo avrebbero accompagnato a casa e io dovevo subito andare a letto e stare tranquilla. Siccome me l’ha chiesto lui mi sono calmata, gli ho augurato la buonanotte, abbiamo riso davanti a quelle pecore e hanno iniziato a dire che dovevo andare a piedi perché la macchina era solo una e c’era stato un altro problema. A quel punto sono scoppiata. Io che dico ad un poliziotto giapponese “adesso fai il tuo dovere fino alla fine e mi riporti a casa” è da guinness dell’assurdo. Sono tanto fiera di me.
Io capisco che i giapponesi vengano lobotomizzati da subito, capisco che crescano con l’idea “se questo si fa e questo non si fa così è e bona lè”, ma ad un certo punto ci sarà qualcosa che distingue l’essere umano da una bertuccia. Le bertucce sono molto più libere direi. Pensate, comunicate, capite, ma di che diavolo state blaterando? Capisco che questo sia il Giappone, ma siamo sempre nel mondo! Si chiama “umanità”. Forse è per questa poca giapponesità che paradossalmente amo alla follia il mio uomo. È uno stupendo libero problematico giapponese.
Ongoing
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settantaduesimo giorno
(giovedì 21 giugno)
Come dice mio padre, anche all’altro capo del mondo “ij rest semb vignules”. Che per i profani significa che dovunque andiate la vostra italianità vi seguirà come un’ombra ilare.
Non sapendo cosa mi aspettasse qui, ho ben pensato di comprare in Italia il Japan Rail Pass. 560 euro ben spesi, se non avessi lavorato 4 giorni a settimana, gli altri giorni fatto rental oppure amato molto e non mi fossi ridotta dunque all’ultimo giorno per andare da qualche parte. Avendo speso sì e no 150 euro di viaggio era il caso che facessi il botto l’ultimo giorno sparandomi più di trecento euro tutti in una volta. E allora andiamo ad Osaka. Ci sta.
Però, se devi andare ad Osaka, che fai, ti avvii alle 12.30 da Chiba? Per arrivare alle 13.00 ad Otemachi e prendere l’Hikari delle 13.33 che ti porterà a Shin-Osaka alle 16.33? Sì. Quindi ora mi faccio un sonno da Shinkansen, arrivo ad Osaka, provo a vedere il castello, mi calo okonomiyaki, takoyaki e quant’altro fino a svenire e torno in tempo per l’amore. Così si fa. W l’Italia.
Di ritorno, posso aver constatato che gli osakesi sono i napoletani di Nipponia, ma senza la loro simpatia né la loro furbizia. Insomma, manca il meglio. Gli osakesi sono cazzimmossi e vrenzoli, sempre approssimativamente parlando. Ma veniamo al mio viaggio. Mi avvio da Gyotoku molto presto, verso le 12.30, per gradire. L’unica cosa che avevo in mano era una mezza paginetta di wikipedia sul castello di Osaka. Arrivo alle 13.00 ad Otemachi, che per la JR è la Tokyo eki, e chiedo, semplicemente, “lo Shinkansen per Osaka?”. “A quell’ora, da quel binario, vada di lì, lo prenda così, faccia così, prego”. Seguo le frecce, l’intuito e i tabelloni. Mi siedo scazzata sullo Shinkansen e mi faccio un paio d’ore di sonno. Alle 16.30 sono a Shin-Osaka. Scendo. Mi guardo intorno. “Scusi, per Osaka?”. “Faccia così, vada di lì, giri di qui, a quell’ora, da quel binario, non può sbagliare, tot fermate”. Salgo sul treno senza l’ombra di una mappa. Una fermata. Osaka. Ancora “per il castello di Osaka?”. Ancora “lì, qui, così, grazie, prego”. Altro treno, guardo le fermate ad una ad una finché scorgo, sul grande cartello ben visibile ad ogni fermata, Osaka-jo. Scendo, vado ai tornelli. “Scusi, per il castello?” e non finisco neanche di parlare che mi ha messo in mano una mappa-depliant e mi spiega ogni minimo passo. Che ve lo dico a fare.
Il Giappone è facile. Ho immaginato per un attimo la stessa scena in Italia ed ho iniziato a sudare. Mi sono spaventata prima ancora di pensare a dove andare e come. E soprattutto a chi chiedere.
Comunque, ore 17.00, mi incammino verso il castello, ovviamente già chiuso, sotto una pioggia scrosciante e fredda quanto un bacio di Garigari-kun e il tempo di incantarmi nei giardini, impantanarmi negli stessi, fare foto con il cellulare bagnato, ritornare per la stessa strada, farmi adocchiare da un paio di gaijin, che per le 18.00 ero bella che tornata alla stazione. Telefonata rassicurante al mio uomo, risate sull’omiyage più stupido mai comprato, indietro alla stazione di Osaka e dritti nel covo del fritto.
Fuori dalla stazione, in un sobborgo di vicoletti, si condensa una cappa di fritto e stracotto che pervade bui e tetri anfratti dotati a malapena di banconi. Piccoli, sudici e malfamati, come tutti i posti in cui di solito si mangia bene. Sarà quel retrogusto di lercio, non so. Fatto sta che dopo 8 takoyaki a soli 280 yen in piedi ad un baracchino decido di addentrarmi nella nippotown più oscura. Qui la cappa di fritto diventa nera e densa, l’uomo in canotta frigge a tutto spiano, la donna gentile e titubante mi guarda contrita e chiede alla vecchiaccia anche il permesso di darmi dell’acqua (e la vecchiaccia risponde “dagliela!”). Ordino e dopo aver rischiato la vita per una piccola battuta (sono sicura che se poi non avessi taciuto la vecchiaccia mi avrebbe affettato un dito prima di impanarlo, friggerlo e servirlo “al sangue”) ritorno alla grigia, ma almeno sfritta, aria aperta. Ri-corro in stazione e finalmente alle 18.40 sono di nuovo sull’Hikari. Alle 23.00 sono a Gyotoku in tempo per ritelefonare a quell’amore del mio amore che sapendo che potessi essere io stava per bruciare tutto con la schiuma (per altro, immaginarlo che corre dalla doccia al cellulare tutto coperto di schiuma è delizioso), farmi una cup-udon a casa e finalmente lavarmi via di dosso il vociare fastidioso e ingombrante in Osaka-ben.
In tutto ciò, per chi volesse andare a Nagoya, Kyoto o Osaka in Shinkansen, posso dirvi ogni passo e ogni cartello da qui a lì ormai. Ho dormito più nell’Hikari che nel mio letto. Voi dovete solo chiedermi “Scusi, per Nagoya/Kyoto/Osaka?”.
“Lì, qui, a quest’ora/binario/carrozza, per di lì, passando per di qui, ma è più facile poi andare di là, l’orario del prossimo è, grazie, prego”, proprio come piace a noi.
settantaduesimo giorno
(giovedì 21 giugno)
Come dice mio padre, anche all’altro capo del mondo “ij rest semb vignules”. Che per i profani significa che dovunque andiate la vostra italianità vi seguirà come un’ombra ilare.
Non sapendo cosa mi aspettasse qui, ho ben pensato di comprare in Italia il Japan Rail Pass. 560 euro ben spesi, se non avessi lavorato 4 giorni a settimana, gli altri giorni fatto rental oppure amato molto e non mi fossi ridotta dunque all’ultimo giorno per andare da qualche parte. Avendo speso sì e no 150 euro di viaggio era il caso che facessi il botto l’ultimo giorno sparandomi più di trecento euro tutti in una volta. E allora andiamo ad Osaka. Ci sta.
Però, se devi andare ad Osaka, che fai, ti avvii alle 12.30 da Chiba? Per arrivare alle 13.00 ad Otemachi e prendere l’Hikari delle 13.33 che ti porterà a Shin-Osaka alle 16.33? Sì. Quindi ora mi faccio un sonno da Shinkansen, arrivo ad Osaka, provo a vedere il castello, mi calo okonomiyaki, takoyaki e quant’altro fino a svenire e torno in tempo per l’amore. Così si fa. W l’Italia.
Di ritorno, posso aver constatato che gli osakesi sono i napoletani di Nipponia, ma senza la loro simpatia né la loro furbizia. Insomma, manca il meglio. Gli osakesi sono cazzimmossi e vrenzoli, sempre approssimativamente parlando. Ma veniamo al mio viaggio. Mi avvio da Gyotoku molto presto, verso le 12.30, per gradire. L’unica cosa che avevo in mano era una mezza paginetta di wikipedia sul castello di Osaka. Arrivo alle 13.00 ad Otemachi, che per la JR è la Tokyo eki, e chiedo, semplicemente, “lo Shinkansen per Osaka?”. “A quell’ora, da quel binario, vada di lì, lo prenda così, faccia così, prego”. Seguo le frecce, l’intuito e i tabelloni. Mi siedo scazzata sullo Shinkansen e mi faccio un paio d’ore di sonno. Alle 16.30 sono a Shin-Osaka. Scendo. Mi guardo intorno. “Scusi, per Osaka?”. “Faccia così, vada di lì, giri di qui, a quell’ora, da quel binario, non può sbagliare, tot fermate”. Salgo sul treno senza l’ombra di una mappa. Una fermata. Osaka. Ancora “per il castello di Osaka?”. Ancora “lì, qui, così, grazie, prego”. Altro treno, guardo le fermate ad una ad una finché scorgo, sul grande cartello ben visibile ad ogni fermata, Osaka-jo. Scendo, vado ai tornelli. “Scusi, per il castello?” e non finisco neanche di parlare che mi ha messo in mano una mappa-depliant e mi spiega ogni minimo passo. Che ve lo dico a fare.
Il Giappone è facile. Ho immaginato per un attimo la stessa scena in Italia ed ho iniziato a sudare. Mi sono spaventata prima ancora di pensare a dove andare e come. E soprattutto a chi chiedere.
Comunque, ore 17.00, mi incammino verso il castello, ovviamente già chiuso, sotto una pioggia scrosciante e fredda quanto un bacio di Garigari-kun e il tempo di incantarmi nei giardini, impantanarmi negli stessi, fare foto con il cellulare bagnato, ritornare per la stessa strada, farmi adocchiare da un paio di gaijin, che per le 18.00 ero bella che tornata alla stazione. Telefonata rassicurante al mio uomo, risate sull’omiyage più stupido mai comprato, indietro alla stazione di Osaka e dritti nel covo del fritto.
Fuori dalla stazione, in un sobborgo di vicoletti, si condensa una cappa di fritto e stracotto che pervade bui e tetri anfratti dotati a malapena di banconi. Piccoli, sudici e malfamati, come tutti i posti in cui di solito si mangia bene. Sarà quel retrogusto di lercio, non so. Fatto sta che dopo 8 takoyaki a soli 280 yen in piedi ad un baracchino decido di addentrarmi nella nippotown più oscura. Qui la cappa di fritto diventa nera e densa, l’uomo in canotta frigge a tutto spiano, la donna gentile e titubante mi guarda contrita e chiede alla vecchiaccia anche il permesso di darmi dell’acqua (e la vecchiaccia risponde “dagliela!”). Ordino e dopo aver rischiato la vita per una piccola battuta (sono sicura che se poi non avessi taciuto la vecchiaccia mi avrebbe affettato un dito prima di impanarlo, friggerlo e servirlo “al sangue”) ritorno alla grigia, ma almeno sfritta, aria aperta. Ri-corro in stazione e finalmente alle 18.40 sono di nuovo sull’Hikari. Alle 23.00 sono a Gyotoku in tempo per ritelefonare a quell’amore del mio amore che sapendo che potessi essere io stava per bruciare tutto con la schiuma (per altro, immaginarlo che corre dalla doccia al cellulare tutto coperto di schiuma è delizioso), farmi una cup-udon a casa e finalmente lavarmi via di dosso il vociare fastidioso e ingombrante in Osaka-ben.
In tutto ciò, per chi volesse andare a Nagoya, Kyoto o Osaka in Shinkansen, posso dirvi ogni passo e ogni cartello da qui a lì ormai. Ho dormito più nell’Hikari che nel mio letto. Voi dovete solo chiedermi “Scusi, per Nagoya/Kyoto/Osaka?”.
“Lì, qui, a quest’ora/binario/carrozza, per di lì, passando per di qui, ma è più facile poi andare di là, l’orario del prossimo è, grazie, prego”, proprio come piace a noi.
lunedì 18 giugno 2012
Le cronache di Smielonia encore - fatta una fanne due
- "Le cronache di Nipponia" -
sessantottesimo giorno
(domenica 17 giugno)
Nell`impeto della passione, i motivi per cui lo adoro:
- Gli occhi come pozze scure di verita`
- L`impercettibile differenza tra il mugolio interrogativo (mmm?) del momento di pathos in cui non capisce una frase ad effetto ma sa che e`ad effetto e non vuole rompere l`incanto e quello di quando lo capisce benissimo
- L`orgoglio e la serieta`con i quali dichiara, nel momento in cui gli mostro un luogo in cui abbiamo un ricordo o gli nomino una data cosa avvenuta fra noi, "me lo ricordo"
- L`inconscia ed incontenibile fighezza con la quale fa dei gesti semplicissimi o dice frasi devastanti e la capacita`di fare un disastro dopo l`altro quando vuole essere figo
- Le lacrime di disperazione consunta che mi riversa sul cuore ogni qualvolta la felicita`ci sovrasta. Il modo in cui me le lascia cadere sulla spalla mentre trema e poi mi stringe ridendo e chiedendomi scusa
- I baci piccoli, quelli essenziali
- Ti amo mio, che passera`alla storia
- Il modo in cui mi accarezza la testa, come un essere piccolo e prezioso (che per una ragazza di 170 cm per 70 kg non e`usuale)
- I suoi "non ci posso credere" e "che essere strabiliante" e "ti proteggero`"
- Le sue battute stupide in giapponese quanto le mie in italiano
- Il suo sorriso spensierato e il modo in cui la felicita`gli trasfigura il viso alleggerendolo e facendolo sembrare un altro, senza pesi insostenibili a comprimergli le vertebre. Il modo in cui rinasce ogni volta in cui siamo felici, quando senza accorgersene mi guarda dritto negli occhi per ore come se fossimo quello che siamo, una normale coppia di cretini
- Il fatto che ritorna sempre, anche quando non vuole, anche quando non puo`. "Ho ignorato il telefono ma come pensavo non posso ignorare te", "me ne pentiro`ma per un pochino proteggiti da sola", "anche se non possiamo incontrarci tu sei qui" e "ci sono IO, li`"
- Il fatto che mi ha lavato l`anima, l`ha stesa ad asciugare e la accarezza mentre e`stesa al sole di tanto in tanto
- La reciprocita`, unica e semplice. Tra una pignolese ed un edokko. La perfetta, completa, libera reciprocita`di due anime uguali. Con la stessa luce e le stesse ombre. E lo stesso amore disperato.
sessantottesimo giorno
(domenica 17 giugno)
Nell`impeto della passione, i motivi per cui lo adoro:
- Gli occhi come pozze scure di verita`
- L`impercettibile differenza tra il mugolio interrogativo (mmm?) del momento di pathos in cui non capisce una frase ad effetto ma sa che e`ad effetto e non vuole rompere l`incanto e quello di quando lo capisce benissimo
- L`orgoglio e la serieta`con i quali dichiara, nel momento in cui gli mostro un luogo in cui abbiamo un ricordo o gli nomino una data cosa avvenuta fra noi, "me lo ricordo"
- L`inconscia ed incontenibile fighezza con la quale fa dei gesti semplicissimi o dice frasi devastanti e la capacita`di fare un disastro dopo l`altro quando vuole essere figo
- Le lacrime di disperazione consunta che mi riversa sul cuore ogni qualvolta la felicita`ci sovrasta. Il modo in cui me le lascia cadere sulla spalla mentre trema e poi mi stringe ridendo e chiedendomi scusa
- I baci piccoli, quelli essenziali
- Ti amo mio, che passera`alla storia
- Il modo in cui mi accarezza la testa, come un essere piccolo e prezioso (che per una ragazza di 170 cm per 70 kg non e`usuale)
- I suoi "non ci posso credere" e "che essere strabiliante" e "ti proteggero`"
- Le sue battute stupide in giapponese quanto le mie in italiano
- Il suo sorriso spensierato e il modo in cui la felicita`gli trasfigura il viso alleggerendolo e facendolo sembrare un altro, senza pesi insostenibili a comprimergli le vertebre. Il modo in cui rinasce ogni volta in cui siamo felici, quando senza accorgersene mi guarda dritto negli occhi per ore come se fossimo quello che siamo, una normale coppia di cretini
- Il fatto che ritorna sempre, anche quando non vuole, anche quando non puo`. "Ho ignorato il telefono ma come pensavo non posso ignorare te", "me ne pentiro`ma per un pochino proteggiti da sola", "anche se non possiamo incontrarci tu sei qui" e "ci sono IO, li`"
- Il fatto che mi ha lavato l`anima, l`ha stesa ad asciugare e la accarezza mentre e`stesa al sole di tanto in tanto
- La reciprocita`, unica e semplice. Tra una pignolese ed un edokko. La perfetta, completa, libera reciprocita`di due anime uguali. Con la stessa luce e le stesse ombre. E lo stesso amore disperato.
Le cronache di Smielonia
- "Le cronache di Nipponia" -
sessantasettesimo giorno
(sabato 16 giugno)
Oggi ho una penna prediletta. Forse dovrei smetterla di rubare penne all`Engawa per qualche giorno, servirmi della loro ispirazione e riportarle, ma piove, non ci posso fare niente. Sono indietro di mille e piu`cronache di Nipponia, ma ero impegnata a vivere le future. Sono andata in kayak sull`Edogawa, all`acquario di Ikebukuro, a Kamakura e Yokohama, ho litigato a profusione con la mia futago tamashi nipponica, ho seriamente considerato l`idea di tornare in Italia solo per pestare a sangue l`ultima snervante esponente del giappominchiesimo avanzato, ho cercato lavoro andando in una caffetteria per ritrovarmi nell`upper east side di Tokyo. Quante cose ho fatto? E perche`? E perche`non ne sapete niente? Non lo so. Ora l`elemento nefasto del mio cuore si e`palesato e siccome siamo arrabbiati ci sentiamo ma non ci parliamo. E lui sta male perche`non gli parlo. In realta`anch`io, pero`se lo merita.
Ecco, ad esempio, un salto temporale esplicativo. Sono le 4 di notte e ora la penna e`nera. La penna rossa era la penna delle 14. Abbiamo finto di non litigare (lui) litigando (io) dietro al bancone. Ci hanno pure tranquillamente sgridati. Mi sono ubriacata col vino da cucina per il curry (strano, non avevo ne`dormito ne`mangiato) annebbiando cosi`i miei ricordi delle successive 3 ore. Due mesi di adorazione della folla sputtanati in due secondi. Non contenti, non riappacificati ma piu`calmi, siamo andati a coinvolgere il povero Sho, poi abbiamo portato scompiglio al centro computer ed infine abbiamo ben pensato di continuare la baruffa a casa di Sho, dove ad un certo punto ci siamo messi schiena contro schiena ad urlarci cose davanti al nostro povero amico che non solo e`innamorato di me e viene costantemente rifiutato ma deve pure trovarsi in casa questi due matti. E dopo la mia quasi uscita di scena con frase ad effetto lui mi raggiunge nel nostro patetico meraviglioso pathos fermandomi con un abbraccio alle spalle dicendomi "non andare". E siamo spariti alla vista del sempre piu`misero Sho fermandoci ad entrare sempre piu`l`uno nell`anima dell`altro fuori dalla sua porta. E poi la pioggia e quando siamo siamo usciti di casa "ti accompagno fino a li`" e sosta di felicita`e "ancora un pezzo" e secondo pit stop e abbracciarsi per ore ed ore e fargli bene con le tue frasi ad effetto, vedergli quegli occhi profondi come pozze di sole scuro spalancarsi attoniti e poi sentirlo ridere come un bambino, con i capelli zuppi perche`i nostri ombrelli sono talmente rotti che insieme non ne fanno uno buono e quasi alla fine del rettilineo dopo mille parole d`amore violento e armonioso lui butta a terra l`ombrello, allarga le braccia come a farsi benedire dalla pioggia e figo come l`ha fatto madre natura, dopo aver afferrato al volo un paio di miei baci cretino come l`ha fatto l`amore, si incammina per la strada illuminata dalla pioggia voltandosi ancora a guardarmi. Il mio baka Clint Eastwood personale.
Non avendo dunque cronache da nipponiare condivido con voi qualche sensazione. Sentirsi dire in un soffio "ti amo" in risposta al tuo "ti amo" (rigorosamente in italiano entrambi) con tanta naturalezza e non trovarlo assolutamente giapponese fa venire nettamente i brividi. Anche se "ti amo mio" non lo batte nessuno. "Mio", ed io "amore mio" e lui che lo ripete in quel modo tenerissimo e le sue lacrime di gioia e quelle di terrore e soprattutto quelle di terrore della gioia e conversazioni apocalittiche del tipo "ma si`ora mi faccio pure io facebook" e io "bravo cosi`poi mettiamo che siamo fidanzati e nessuno ti tocca" e lui che inizia a dire "Ronaldo, mi dispiace, ma non si puo`. No, Totti, no, non la toccare. Rocky, mi sei simpatico, ma e`mia". Abbiamo lo stesso tipo d`anima, lo stesso senso dell`umorismo, le stesse emozioni violente, lo stesso autolesionismo punitivo, la stessa purezza ingenua di quelli furbi e svelti come noi. Tutto cio`che so e`che sono stata benedetta.
In tutto cio`, qui albeggia ed io fra tre ore e mezza mi alzo per andare ad un workshop all`Istituto Italiano di Cultura. Bei momenti. Vita vera, piena! Sto bene, finalmente. Anche piena di lividi.
sessantasettesimo giorno
(sabato 16 giugno)
Oggi ho una penna prediletta. Forse dovrei smetterla di rubare penne all`Engawa per qualche giorno, servirmi della loro ispirazione e riportarle, ma piove, non ci posso fare niente. Sono indietro di mille e piu`cronache di Nipponia, ma ero impegnata a vivere le future. Sono andata in kayak sull`Edogawa, all`acquario di Ikebukuro, a Kamakura e Yokohama, ho litigato a profusione con la mia futago tamashi nipponica, ho seriamente considerato l`idea di tornare in Italia solo per pestare a sangue l`ultima snervante esponente del giappominchiesimo avanzato, ho cercato lavoro andando in una caffetteria per ritrovarmi nell`upper east side di Tokyo. Quante cose ho fatto? E perche`? E perche`non ne sapete niente? Non lo so. Ora l`elemento nefasto del mio cuore si e`palesato e siccome siamo arrabbiati ci sentiamo ma non ci parliamo. E lui sta male perche`non gli parlo. In realta`anch`io, pero`se lo merita.
Ecco, ad esempio, un salto temporale esplicativo. Sono le 4 di notte e ora la penna e`nera. La penna rossa era la penna delle 14. Abbiamo finto di non litigare (lui) litigando (io) dietro al bancone. Ci hanno pure tranquillamente sgridati. Mi sono ubriacata col vino da cucina per il curry (strano, non avevo ne`dormito ne`mangiato) annebbiando cosi`i miei ricordi delle successive 3 ore. Due mesi di adorazione della folla sputtanati in due secondi. Non contenti, non riappacificati ma piu`calmi, siamo andati a coinvolgere il povero Sho, poi abbiamo portato scompiglio al centro computer ed infine abbiamo ben pensato di continuare la baruffa a casa di Sho, dove ad un certo punto ci siamo messi schiena contro schiena ad urlarci cose davanti al nostro povero amico che non solo e`innamorato di me e viene costantemente rifiutato ma deve pure trovarsi in casa questi due matti. E dopo la mia quasi uscita di scena con frase ad effetto lui mi raggiunge nel nostro patetico meraviglioso pathos fermandomi con un abbraccio alle spalle dicendomi "non andare". E siamo spariti alla vista del sempre piu`misero Sho fermandoci ad entrare sempre piu`l`uno nell`anima dell`altro fuori dalla sua porta. E poi la pioggia e quando siamo siamo usciti di casa "ti accompagno fino a li`" e sosta di felicita`e "ancora un pezzo" e secondo pit stop e abbracciarsi per ore ed ore e fargli bene con le tue frasi ad effetto, vedergli quegli occhi profondi come pozze di sole scuro spalancarsi attoniti e poi sentirlo ridere come un bambino, con i capelli zuppi perche`i nostri ombrelli sono talmente rotti che insieme non ne fanno uno buono e quasi alla fine del rettilineo dopo mille parole d`amore violento e armonioso lui butta a terra l`ombrello, allarga le braccia come a farsi benedire dalla pioggia e figo come l`ha fatto madre natura, dopo aver afferrato al volo un paio di miei baci cretino come l`ha fatto l`amore, si incammina per la strada illuminata dalla pioggia voltandosi ancora a guardarmi. Il mio baka Clint Eastwood personale.
Non avendo dunque cronache da nipponiare condivido con voi qualche sensazione. Sentirsi dire in un soffio "ti amo" in risposta al tuo "ti amo" (rigorosamente in italiano entrambi) con tanta naturalezza e non trovarlo assolutamente giapponese fa venire nettamente i brividi. Anche se "ti amo mio" non lo batte nessuno. "Mio", ed io "amore mio" e lui che lo ripete in quel modo tenerissimo e le sue lacrime di gioia e quelle di terrore e soprattutto quelle di terrore della gioia e conversazioni apocalittiche del tipo "ma si`ora mi faccio pure io facebook" e io "bravo cosi`poi mettiamo che siamo fidanzati e nessuno ti tocca" e lui che inizia a dire "Ronaldo, mi dispiace, ma non si puo`. No, Totti, no, non la toccare. Rocky, mi sei simpatico, ma e`mia". Abbiamo lo stesso tipo d`anima, lo stesso senso dell`umorismo, le stesse emozioni violente, lo stesso autolesionismo punitivo, la stessa purezza ingenua di quelli furbi e svelti come noi. Tutto cio`che so e`che sono stata benedetta.
In tutto cio`, qui albeggia ed io fra tre ore e mezza mi alzo per andare ad un workshop all`Istituto Italiano di Cultura. Bei momenti. Vita vera, piena! Sto bene, finalmente. Anche piena di lividi.
venerdì 25 maggio 2012
Il mio secondo rental, il mio primo Shinkansen
- "Le cronache di Nipponia" -
quarantesimo giorno
(martedi' 22 maggio)
Quando sei sullo Shinkansen non ti rendi conto di quanto sia veloce, lo Shinkansen. Quando sei nel gabbiotto di vetro alla fermata e passa un altro Shinkansen e trema tutto, lì lo capisci, quanto sia veloce lo Shinkansen. Fa ufficialmente brutto, lo Shinkansen. E prenderlo è più difficile che dire dieci volte di seguito Shinkansen.
A Nagoya con Jasmine-san, che ovviamente non si chiama Jasmine-san, ma quel gran burlone del top leader pare scelga nomi a caso per la gente. Da qui Jasmine, Anita e penso anche Christie, a questo punto. Il top leader è proprio un boss. Nagoya dallo Shinkansen è un incanto. Case rurali sulle risaie, vecchio Giappone profumato. Sarà che Chiba è sull’oceano, ma anche se piove l’aria è più calda. È proprio quella pioggia calda di maggio profumata di treni e di riso. Siamo appena arrivate e Nagoya già mi piace. Ora andiamo a Gifu. Vediamo che ne viene fuori.
Non ve la posso spiegare, la campagna Nagoyese. Non sono proprio a Nagoya, sono a Gifu, con un vento profumato nel verde più pieno. In questo momento sono seduta sul sostegno di legno di un altare da preghiera, accanto alla cassetta per le offerte. Camminando tra vecchi edifici, ponticelli e casette nel grano siamo arrivati a questo piccolo vecchio tempio. Ci sono persino due torii rossi. Corvi, cicale e uccelli. Ho lanciato 50 yen (lo ammetto, sono un po’a secco) e ho pregato intensamente per la mia persona più cara, perché trovi la pace. L’ho fatto in giapponese, quindi Okamisama avrà capito, spero. Mi perdonerà la grammatica. In tutto ciò posso godermi questa meraviglia perché dopo due ore di Shinkansen, un quarto d’ora di treno e venti minuti di camminata il tipo non è in casa. Ergo dovremo aspettare fino alle sei che ritorni o si presenti o si palesi, insomma. Sono solo le tre e mezza, d’altronde. Ma chi se ne frega.
Scusate, mi sono tolta le scarpe per poter salire a gambe incrociate sulla pedana. Okamisama, che profumo! Non i miei piedi, ovviamente, simpaticoni! Però qui in Giappone, se hai il cuore per farlo, respiri tutto con tutto il corpo e io ho respirato forte più in questo mese con i piedi che nella mia vita con i polmoni. Ho ritrovato il gusto di camminare a piedi scalzi, di vivere una vita vera. Ho ricordato con tutto il corpo d’essere nata in un paese. L’ho ritrovato. Non so se ho capito bene cosa avessi perso o cosa stessi cercando, ma l’ho ritrovato. Persino questi quattro ragazzini che giocano a palla nel parco mi appartengono. Io non tornerò. Non posso perdermi di nuovo. Devo viaggiare e conoscere e capire. Devo stupirmi ancora.
Vorrei tanto portare qui mio padre. Sono sicura che anche lui ritroverebbe qualcosa che forse non ha mai perso. Se a ritroverebbe dentro. E sarebbe davvero felice. Vorrei portarlo a capirmi di più, a sapere perché non tornerò e soffrire di meno. Fargli capire da dentro le mie decisioni, perché sono come sono. Mia madre, invece, è già fin troppo pura. Forse sarebbe lei ad arricchire il posto. Ma qui non ci sono ragazzi da salvare per la sua missione educativa, qui non c’è chi ha bisogno di lei, a parte me. Da questo punto di vista è come me: deve cercare qualcuno da aiutare, salvare, cui dedicarsi. Ieri qualcuno mi ha detto “tu sei proprio una mamma, sei nata per essere una madre”. Mi vengono in mente queste parole nel verde e nel profumo e mi viene da piangere. Vorrei creare una famiglia grande e forte da mandare nel mondo, persone vere, disomogenee, complesse. Artisti di mondo creati dal mio amore e pronti a viversi per equilibrare la realtà. Non riesco a continuare. Scusate, ma credo di essere in procinto di scoppiare di verità. lunedì 21 maggio 2012
Asakusa matsuri con Don Vito Corleone de noartri
Se il liquore giapponese non mi risale nelle vene impedendomi di continuare il racconto, lasciate che vi parli dell’Asakusa matsuri ne
- "Le cronache di Nipponia" -
trentanovesimo giorno
(lunedì 21 maggio)
L’Asakusa matsuri è la festa religiosa più importante di Tokyo e si tiene nel quartiere di Asakusa il 18, il 19 e il 20 maggio. A quanto ho appreso, se ho ben capito, quest’anno era la commemorazione dei 700 anni dell’Asakusa matsuri. Ad Asakusa, oltrepassato il kaminari mon, o “cancello del fulmine”, si trova un complesso di templi meraviglioso e per il matsuri s’era riempito di ulteriori bancarelle come ogni festa che si rispetti, con banana split colorati, takoyaki, pesce e carne cotti in tutti i modi, pesciolini rossi da pescare, giochi estivi. Il mio appuntamento era alle 13, quindi ho chiesto di sabottare alla grande e non sono andata a lavorare. Piuttosto ho indossato il mio yukata (kimono estivo) nuovo, non avendo l’obi mi sono ingegnata con una cintura che stava comunque molto bene, la mia borsetta comprata a Kyoto due anni fa e degli zoccoli che non sfiguravano. Ero bella, è inutile a dirsi, finalmente mi sono sentita bella, dolce, elegante e sensuale con un senso di dignità che pervadeva ogni centimetro della mia pelle. Quando sono scesa al centro tutte le ragazze hanno iniziato a dirmi “sexy, sexy, aspetta” e mi hanno sistemato lo yukata. Tenendolo chiuso con una mano, a piccoli passi, la piccola Alessandra si è avviata alla volta di Asakusa. Mi piace ricevere sguardi ammirati, ma odio lo squallore e quella famelicità lasciva che purtroppo è la costante dell’uomo italiano, perciò amo il Giappone. Amo il fatto che gli uomini possano guardare la tua bellezza prosperosa come qualcosa di prezioso e quasi spaventoso, da temere come pericoloso e potente e non da voler spezzare, devastare e distruggere. Questa è una cosa che gli uomini italiani purtroppo non capiranno mai, spostandosi dal desiderio al disprezzo. Una persona meravigliosa, quella sera, in una circostanza del tutto assurda, mezza addormentata e con totale purezza mi ha detto “sembri una modella, un quadro francese”. Nessuno mi ha mai detto cose belle senza alcuno scopo come in Giappone. Da chi mi disse, imbarazzato, che i miei occhi sono cristalli, a tutte le volte in cui mi sento dire che sono energica, bella, solare, intelligente e gentile. Gli uomini qui sono tutti un po’ bambini e come dice il mio amico italiano forse faccio loro anche un po’paura. Di sicuro, nessuno allunga neanche un dito verso di me. Sono salva, al sicuro. Sono felice.
Nonostante tutto, ieri sembravo una bellissima concubina dell’Edo jidai, fiera e sicura. Il mio amico italiano, lì con me, dopo lunghi discorsi filosofici come siamo soliti fare insieme capendoci perfettamente, indossa una maschera appena comprata e attiriamo l’attenzione dei capi del luogo. Le feste religiose, in Giappone, sono gestite da una sorta di mafietta. Come mi hanno spiegato, in Giappone ci sono gli yakuza veri e propri, i mafiosi veri, per intenderci, e poi ci sono le famiglie potenti che gestiscono i quartieri tenendo tutto ordinato e sotto controllo, per intenderci. Uno di questi, insieme a due soci ed una donna che si lasciava buffamente chiamare onee-san, ci fermano e ci chiedono se siamo italiani e ci portano in un famoso bar di Asakusa a bere e mangiare. Finchè il mio amico deve andare ad incontrare il suo capo e io vengo praticamente lasciata in ostaggio. Il Don Vito Corleone nipponico (come si è autodefinito, per altro) fa al mio amico “Ti do un’ora”. Non mi resta che far buon viso a cattivo gioco, sfodero tutta la mia brillante simpatia e giù di risate, pacche, spiegazioni culturali, sentimenti filosofici, gente che vuole fotografare me e il mio tatuaggio, non si capisce più niente. E si beve, si mangia, Don Vito spende, spende, spende. Poi l’onee-san va via abbracciandomi calorosamente e cercando il mio contatto e io, Diego, Don Vito e il socio rimasto andiamo a mangiare il dolce in un altro locale. Don Vito è affascinato, niente da fare, io inizio a temere sinceramente. Ma l’alcol risolve tutto, in certi casi. Passando davanti ad un negozietto Don mi spiega che con il mio yukata, che tra l’altro si mette da luglio, la mia borsa non va bene e mi dice “quale ti piace tra queste due?” indicando quelle corrette. Poi, senza aspettare la mia risposta, mi dice che con i miei capelli e il mio abbigliamento va bene quella chiara e la compra. Così, che volete che sia, solo 150 euro di borsa comprati da uno sconosciuto, che ovviamente ti ci fa subito svuotare dentro la tua roba, perché è quella che devi usare. E grazie alle nostre influenti conoscenze io e il mio amico condividiamo l’esperienza più bella della storia, visto che ci viene permesso l’accesso ad una zona cui non si può accedere ed ho praticamente potuto fotografare il corpo dorato di un dio. È una delle ultime cose che ricordo prima di entrare nell’ennesimo bar ed iniziare a bere un paio di bicchieri enormi di liquore giapponese, quello che noi erroneamente chiamiamo sake. Come dicevo, l’alcol risolve tutto. Niente tiene distante un uomo con cattive intenzioni quanto una bella donna seminuda che vomita l’anima a terra in un ristorante. La restante oretta è vuoto totale, ma mi hanno detto che Don Vito ha rassicurato il mio amico con un “ci penso io”, poi mi hanno messo su un taxi perché non mi tenevo in piedi e vorrei tanto potervi raccontare il resto, esperienza che meriterebbe una cronaca di Nipponia a parte. Ma, in quanto bella, in quanto esperienza e in quanto mia, a meno che non impazzisca e decida di sputtanare proprio tutto, la terrò per me, tra frasi dolcissime e l’essenza vera dell’essere un gentiluomo. Se pensate che il principe azzurro sia una favola, scordatelo. Un principe da manga, con gli occhi a mandorla, la voce gentile, modi delicati e savoir-faire impeccabile è da sogno, altro che favola. Le favole te le raccontano prima di dormire, un sogno ti avvolge e anche quando svanisce, al mattino, ti lascia addosso quel tepore incantevole che ti manca poi per tutta la giornata. Quel tipo di sogno, profumato e con la pelle delicata. L’Asakusa matsuri non per tutti è lo stesso matsuri. C’è chi vomita e sogna senza chiudere occhio. Nella notte giapponese, calda e musicale.
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