mercoledì 29 maggio 2013

Il gatto sotto l`altalena

Il Giappone e`un Paese dove puoi decidere determinate cose: e`mezzanotte e mezza e ti infili il tuo ex-pantalone del pigiama, la maglietta che usavi a lavoro fino a qualche mese fa, le scarpette e una borsetta Etro`da piu`di 200 euro ed esci.Vai prima a imbucare una lettera e poi al parco, uno dei tipici parchetti con giostrine per bambini, sabbia e affini che trovi ogni trenta case, e inizi a sgranchirti. C`e`silenzio, e`l`una, un vento leggero fa rotolare qualche lattina. E c`e`un gatto sotto l`altalena. Sembra una sfinge, ti guarda in silenzio, gira la testa, sbadiglia, poi ti riguarda fare esercizi con lo sguardo di chi affronta l`eternita`di un`imbecille e torna alla sua energica immobilita`oziosa, piena, vera. E`l`una di notte e c`e`un gatto sotto l`altalena.

Le cronache di una silenziosa Nipponia
Ormai giovedi`30 maggio

Nel silenzio mi sono sgranchita a serie di 100 per un quarto d`ora. Le gambe, le braccia e la schiena. Non c`e`cosa che non facesse trac-trac-trac e non tirasse da morire. Ero tesa, ma non avevo paura. Siamo a Nipponia. Nessuno stupra una gaijin grassa col pigiama e la maglia del lavoro all`una di notte in un parco. Almeno, non se un gatto-sfinge e`sotto l`altalena. E`il nipponese piu`elegante che abbia mai visto. Chissa`se i gatti, veri signori e padroni di Nipponia, si considerano nipponesi o sono talmente alienanti da desiderare solo la dedizione dell`alienata Nipponia. Perche`Nipponia ti aliena, ormai devo prenderne atto. Ti aliena quando sei sola nella tua stanza di un paio di tatami, quando ti stringi con un centinaio di gente stanca quanto, se non piu`di, te, quando ti immergi in folle di nulla mentre qualcuno forse cerca di stringersi a te pur di toccare qualcuno che sia uno, uno e solo. E tanti altri soli mila quanto lui. 

Io esco alle 10.30 circa al mattino. Cerco di prendere la metro delle 10.43 perche`se la perdo devo prendere quella delle 10.52 che mi fa prendere la coincidenza delle 11.15 e arrivare all`ultima fermata alle 11.28. Troppo tardi, perche`arrivo a lavoro alle 11.33. Poi devo lasciare giu`la borsa e salvo intoppi correre a timbrare il cartellino. A volte addirittura alle 11.38. Troppo tardi. Mai troppo tardi pero`quando esco, dopo quelle che dovrebbero essere 8 ore e non lo sono mai e dopo infiniti minuti dopo le 20.00 senza ritegno, prima di arrivare a casa dopo ancora un`ora, perche`c`e`la bici e la spesa e delle soste e delle pause. A volte arrivo a casa alle undici e non so nemmeno come ho fatto. A quel punto devo preparami la cena, se mi va, fare qualche lavatrice, passare infiniterrimi minuti al pc per rimettermi al mondo e rimettere il mondo a me e ancora forse, per l`una e mezza, se siamo fortunati, andare a dormire, sperando di riuscirci. Finalmente ho detto mezza, senza minuti. Senza cifre costanti. Quelle di quando chiedi che ore sono e a che ora vedervi e fra quanto arrivi e quanto ci vuole perche`questa o quella cosa sia pronta e quanto dista a piedi quel posto. Quelle che ti entrano dentro senza che tu te ne accorga e che ti fanno dire che oggi e`giovedi`. Perche`e`l`1.54, quindi non e`piu`un alienante mercoledi`. Oggi e`un alienante giovedi`gia`fatto e finito. 

Percio`stanotte ho staccato tutto e sono andata a scricchiolare nel parco nel Paese di fantasia (no, smettetela, Nipponia e`un`inesistente Matrix gialla e poliedrica senza facce, non mi convincerete del contrario, perche`lo so gia`) in cui puoi uscire senza pieta`e senza regole a qualsiasi ora del giorno e della notte. E ci sara` sempre qualcuno o qualcosa, ci sara`sempre un qualchdove in cui andare ad alienarsi insieme agli altri, un conbini in cui andare a cercare la nostalgia del contatto umano attraverso uno sguardo annoiato e qualche aisatsu coi cassieri. Solo per ricordarvi quanto siete soli al mondo. 

A fronte di questo, Nipponia e`il paese in cui una settimana e mezzo fa ho portato il mikoshi al Sanja matsuri. Immotivate le mie paure di essere uccisa dagli yakuza, ma quante foto, signori, quanta meraviglia, quanto caldo, quanto enorme il livido sulla spalla destra e quanta soddisfazione di quella famiglia che mi ha accolto come sua gaijin di fiducia. Quanta poca alienazione, in delle belle persone normali. Tutto sta ad incontrarle e il gioco e fatto. 

E alle due e qualcosa tocca mettersi a letto che domani a Nipponia e`un altro giorno e presto, nelle sue cronache immotivate, ci sara`la nota sul Sanja matsuri. Prima o poi, si spera. 

giovedì 23 maggio 2013

Un James Dean giallo *ma i giapponesi, sono veramente gialli?*



Perche`voi non l`avete mai visto qui, contro il muro di casa..quando si poggia di fronte al lavello, in quello spazio stretto, a piedi e petto nudi, solo i jeans addosso, bianco, chiaro come la notte, e si poggia a quel muro con la frangia sugli occhi come esistessero solo lui, quella sigaretta da accendere e chi lo sta guardando..perche`non se ne accorge ma lo sa, che qualcuno a guardarlo c`e`, c`e`sempre..la accende, posa la testa al muro e fuma, a volte si gira a guardare me stesa sul futon che lo osservo incantata e mi da`un`occhiata da brivido con un mezzo sorriso sicuro, continua in quel suo incantevole processo di mascolinita`scrollando la cenere nel lavabo e io non mi riesco nemmeno ad innervosire perche`i miei feromoni stanno ballando il tuca tuca con le mie terminazioni nervose..poi finisce, sempre, con disinvoltura, sapendo che il mondo tutto lo stava aspettando per ricominciare a muoversi e mi guarda dicendo solo con la lieve inclinazione di quel sorriso ferocemente osceno `be`,siamo ancora qui`..tipo che lo amo cosi`, il mio James Dean nipponico..e`una condanna a vita.

Solo questo..


giovedì 21 marzo 2013

Farrrrrrrrrrrrragginosissssssimo


Due espressioni: 世辞  e   社交辞令

Riprendo da come sono stata presa. Così. L’ultima volta scrivevo, come la penultima, in senso vago, d’attesa, di conferma, di poesia, di impazienza e stanchezza. L’ultima volta scrivevo ma non scrivevo. Però ci sono due persone, due sole, ma proprio quelle due persone, che mi hanno scritto delle cronache, che me ne hanno riportato l’impulso dentro e la necessità, più che altro, di abbandonare l’ignavia e darsi alla tastiera, che è penna quando deve. Quindi, per Emanuele Cavallo e Ilaria Sperti sopra tutti, queste sono le cronache di Nipponia che ha fatto fiorire la primavera. E che con quelle due espressioni non c’entrano niente.

Tutto ciò che riguarda la mia esperienza a Nipponia parte e ruota intorno a quelle due espressioni e alla loro nemesi. Seji, la prima, è il complimento, la cortesia, la svenevolezza, ma si concretizza nell’atteggiamento tipicamente giapponese che porta  dirti “Alessandra, ma il curry di oggi l’hai fatto tu? Ma era buonissimo!” per poi girarsi verso la mia amica e dirle “Mamma mia, faceva proprio schifo oggi!” (fatti e persone non sono per niente casuali, caro Ryo, mica te lo perdono!). E’lo stesso atteggiamento che induce una donna anziana a prendermi in casa per fare una cortesia a non si sa più chi e fare con me la mega-svenevole, regalarmi elastici per capelli e indicarmi come vestire perché, come riferito appena messo piede a casa sua ad una terza persona, “non mi aspettavo mica che avesse i capelli così gonfi, ma non va bene questa ragazza!”. La stessa persona che ora che lavoro in un caffè di lusso ad Aoyama e tanta gente su facebook mi riempie di attenzioni ha iniziato a elogiarmi platealmente, venendomi a trovare con affetto (mentre pochi giorni prima aveva vietato che mi si invitasse ad una festa a casa sua tra italiani).
Shakoujirei è invece un modo diplomatico di porre le cose, un modo mieloso di parlare o una promessa vuota, ovvero i loro “andiamo a fare questo, vediamoci questa volta, dobbiamo assolutamente venire da te in questo periodo” detto senza alcuna intenzione di farlo, come sa bene il mittente quanto il destinatario. Non ci andrete mai, con loro a fare questo o quello. Ma lo devono dire, lo devono fare, devono mostrare. Sempre e solo qualcosa che non c’è.
Ovviamente c’è da distinguere il tratto culturale da quello caratteriale. Loro si arrabbiano sempre se dico che sono un po’ ipocriti, ma culturalmente!, eppure io non conosco altre espressioni per definire l’atteggiamento che induce qualcuno a dire che qualcosa è buono, bello e piacevole laddove gli fa schifo per essere lezioso, non è come quando tua zia ti regala le pantofole di velcro con scritto Viva Venezia mia per il tuo diciottesimo compleanno e tu dici “ooooohhhhhhh, che beeeeeeeellooooo, graaaaaazieeeeee, lo volevo prooooooooooopriooooooooo” (che è pure un po’ esagerato), ma è come chiamare e richiamare quella zia ricordandole quanto ti siano piaciute quelle ciabatte perché prima o poi potrebbe servirti in qualche modo. Non è un’ipocrisia reattiva di difesa, è proprio aggressiva. Li porta a fare i dolci e i simpatici con grandi sorrisi e poi pugnalarti alle spalle appena ti giri senza pietà, anche con cose che potrebbero dirti tranquillamente in prima persona. Come quando un giorno discutendo di tutto ciò alla New Start ho scoperto dopo mesi e mesi che tutti erano infastiditi dal mio profumo in mensa ma che nessuno me lo aveva detto perché pensavano che essendo estate fosse per coprire la puzza di sudore!!! E nel frattempo tutti a dirmi “oooohhhh ma che buon profumo, usi molto profumo eh, ma è un profumo costosto?”. Fino a “pensavamo fosse per la puzza di sudore” ci può pure stare, ma se sottolinei più volte sorridendo questa o quella cosa con tanti “oooohhhhh” e “aaahhhhhh”, non ci arrivo che significa che ne sei schifato e in qualche modo vuoi punirmene. O più semplicemente, che è l’ultimo pettegolezzo all’ordine del giorno e ci si crede furbi a sorriderne con me.

Questo è anche da considerare: se avete un segreto, non parlatene con un giapponese come se fosse implicito non dirlo a nessuno. Sottolineatelo, fatevi fare una yubikiri yakusoku, imponetegli il segreto monastico, trovate una soluzione, ma se parlate di qualsiasi cosa con loro, loro avranno il diritto di dirlo a chiunque come l’ultima grande novità o un incredibile aneddoto. E siccome ciò infetterà comunitariamente anche voi italiani, guardatevi da ogni etnia in caso di segreti o himitsu che dir si voglia. La vita comunitaria ti condiziona in modi che non puoi nemmeno immaginare. Figurati censurare!

Comunque sia, la vera difficoltà del vivere a Nipponia è solo una: i Nipponesi. I Nipponesi con la loro cultura cementificata e l’ancor più cementificata capacità di oltrepassare i limiti di ciò che si impara, si fa, va imparato o va fatto, il percorso, per così dire, la strada del KOKO HA NIHON DA! Noooooooooooooooooooo…..non so più quante volte all’espressione “Qui siamo in Giappone” ho risposto “Qui siamo nel mondo!”, attirando su di me l’odio dell’incontestabilità di chiunque. Come si fa a spiegare ad un bambino che è per il suo bene che lo sgridi, che è perché lo adori che vorresti vederlo crescere per il meglio? Come si fa a dire ai Nipponesi che io Nipponia la amo anche quando gli strapperei le braccia per allungarci i piedi del tavolino troppo basso e con la tibia e il perone ci farei le bacchette per cucinare, quelle lunghe? Come si fa? Come si fa a capire a quelli che lavorano con me che anche se sono la più piccola e sono straniera non ci vuole un training culturale per capire come lavare il pavimento per vederlo pulito o che in un ristorante le posate vanno messe tutte uguali altrimenti diventa una mensa e che se glielo devo ripetere tutti i giorni non sono io la cattiva ma sono loro nuketeru che lavorano qui da anni e ancora non ci arrivano? Perché se io ho imparato subito a fare quello che fanno loro (due o tre mesi di pratica) loro non riescono a capire che un’insalata composta di mucchietti ed una assortita elegantemente con un minimo di buon gusto NON sono la stessa cosa? E soprattutto perché, perché, perché non posso accettare di essere rimproverati o che gli si voglia insegnare qualcosa in tutti i modi, perché? Perché se il capo li sgrida solo per frustrazione abbassano il capo fino a terra e se poi io discorro con loro con calma cercando di fargli capire il senso dell’errore e soprattutto di non doverlo ripetere tutti i giorni ricevo solo mugugni, musi e lamenti?

Perché non aprirsi e migliorare invece di komattare subito? Perché pensare di vivere ancora nell’Edo jidai solo quando ci conviene? Perché non imparare ad essere più diretti o per lo meno a riconoscere che culturalmente, un Paese in cui non esistevano le espressioni sì e no in passato ma si rispondeva con eufemismi, non è proprio il Paese delle relazioni sane? Che se tu invece di dirmi non lo fare mi dici “se non lo fai va bene” rendi solo tutto più farraginoso?

Perché sì signori miei, la meravigliosa Nipponia che io tanto amo è incredibilmente, inconcepibilmente, irresponsabilmente farraginosa. E il Paese che dovrebbe brillare per capacità ed arte e tradizione si fossilizza in arte tradizionale e arte della tradizione. E per noi è il paradiso, perché “eeeehhh, hai studiato cinque lingue” e “eehhh, sai fare tante cose” e “eeehhh, come sei coraggioso/diretto/luminoso/forte”. Mi chiedo se questo sia mai stato per qualcuno un “ma non è che siamo noi che siamo…”.

Nipponia mia, l’Italia l’ho dovuta lasciare perché non le potevo fare molto, ma a te, no, a te non rinuncio. Apro ufficialmente nelle Cronache di Nipponia lo spazio delle Critiche di Nipponia. Urge autocritica, signori miei. In tutti noi. 

martedì 1 gennaio 2013

L'anno nuovo non è solo


Merita una nota e questa sarà MI. 

Nella mia testa si rincorrono parole da ieri notte. Riconoscenza, tu, mostrare, miracolo, grazie, salvare. E poi la parola più bella di tutte, il suono di un sorriso stanco. Non ho mai incontrato un uomo adulto che mi ringraziasse così tanto e così di cuore, davvero, fino allo sfinimento, come un bambino che ha ricevuto la cosa che voleva tanto dopo Natale, quando ormai non se l'aspettava più. Complice l'alcol forse, ma fino alla commozione. Ho il vizio di dire tutto ciò che provo davvero anche in giapponese. E lei, loro due, sono stati il vero miracolo. Io non ho fatto proprio niente. Kazu dice "è potuto succedere solo perché c'eri tu, hai fatto tutto questo". Ma le gambe che tremavano erano le sue, il sorriso imbarazzato che faceva battute e la sfioravano leggermente senza permettersi troppo, la voglia forse di chiederle scusa dal profondo del cuore e non sapere come fare. Era lei che incontrandolo dopo due o tre anni non ha fatto alcun tipo di scenata ma con emozione piccola e pacata, quasi silenziosamente, esplodeva all'interno di ogni sorriso prendendosi cura di ogni passo guardando a terra. Il miracolo sono stati loro, felici e piccoli senza dirsi alcuna parola drammatica. Non me li tolgo dalla mente. Il padre è fantastico, ma loro due erano tenerezza pura. Avrei voluto dire "vai con lei, dormi da loro, cena con loro, vacci al karaoke", ma i miracoli si dosano e centellinano nel cuore. E poi non vedevamo l'ora di stare soli per baciarci. 

Buon anno, nuovo

Questi Natale e Capodanno sono stati i migliori della mia vita. Sono stati semplici, senza alcun tipo di previsione, inventanti, voluti e venuti. Natale era scritto solo e soltanto "stare insieme", lui a lavorare la vigilia e io a Natale. Senza cucinare grandi cene, senza vestiti sfarzosi, senza nemmeno un goccio d'alcol, ognuno con la sua piccola sorpresa (un paio a testa, in realtà), senza sapere come ma con la consapevolezza del quando. E l'alone del perché a brillare nelle candele accese, ad un certo punto. Venti, trenta candele forse? Tutte lì a sussurrare. Passato a discutere, chiacchierare e fare l'amore. Ridendo belli.

Capodanno è venuto da una crisi. Da urla, rabbia, separazione, lacrime e gesti eroici, riprese, salvezze. Rinunce al vizio per dimostrare una cosa sola: qualsiasi cosa cambi, inizi e finisca è sempre e solo frutto della verità di due anime nude. Che s'erano cercate e non lo sapevano e di cui non si sa cosa sarà. Gli oni ridono, ho scoperto. E piuttosto che farli ridere una risata buona me la faccio io. Ogni giorno, anche in silenzio, anche nel vuoto. La risata dolce della mia vita compiuta.  Così da me che vestita di tutto punto dovevo passare il capodanno tra la aoyama bene, o più che bene ricca, nell'Upper Higashi side di Tokyo, è diventato "vieni con me". Al locale ci sono andata, tanto non pagavo, quindici inutili minuti solo per far girare qualche testa e farmi dire dallo staff un banale e gelido "ohhh, come sei sexy oggi, vieni, beviamo liquore", e poi volare via, nella Tokyo che piace a me. Correre a Daimon sull'Oedo-sen, salire di corsa le scale per fare in tempo (in ritardo fino all'ultimo dell'anno) e vederlo lì, teso, quasi già stanco, ad aspettarmi con calma e dirmi "tranquilla, facciamo in tempo" e prenderci per mano e correre tra tutta quella folla, oltre il cancello del tempio, a contare 6, 5, 4, mezzo in italiano e mezzo in giapponese senza capire più niente, e vedere il fumo salire sulla Tokyo Tower e poi vederla iluminarsi tutta sullo sfondo di un grande tempio, e auguriiiii, abbracciarmi, e la voglia di darmi il primo bacio dell'anno ma Koko ha Nihon da e allora tirarmi vicino ad un pilastro e dirmi "auguri" dritto negli occhi e baciarmi velocemente e poi fermarci lì e dire "la gente è ancora troppa per andare a pregare, cerchiamo mio padre". Ci saremo fermati venti volte. E come stanno i capelli, ma sei sicura che lo vuoi vedere?, tirali indietro, mostra il viso..sei bellissima, che faccio lo chiamo, dove sarà, starà facendo i mochi o sarà dietro con gli altri. Ah, eccolo. E come un'onda si scontra con un'altra contraria nello stesso identico mare è stato il Giappone. Grazie, hai cambiato la sua vita quando non ci speravamo più. E parole parole parole risate e poi è arrivata lei, timidamente, semplicemente. Si sono guardati ed è stato come ho già detto. E poi risate, le bacarelle, ci siamo messi la giacca dello staff dei matsuri con tanto di oni dietro e cognome sul davanti e siamo andati a suonare la grande campana, insieme. Io la più vicina delle tre file, io al posto d'onore, a suonare una campana sacra oltre il cartello "vietato l'accesso", e loro due dietro, insieme, finalmente, tutti e tre a suonare una benedizione fievole e beata. Poi ancora la preghiera in un tempio fantastico tutto in oro con decorazioni meravigliose sotto una Tokyo Tower a due passi sotto un cielo limpido e freddo da neve in cui tutto s'è bloccato un instante dopo l'altro, a meno di un passo andando verso l'interno. Pregare, insieme, buttare insieme i soldi perché quell'esserino nella sua assurdità tiene piccolinissimamente a queste cose, fare inchino, mani, mani, inchino, sincroni e complici nella notte di tutti e di nessuno. Fotografare, passeggiare, ridere. E poi tornare dallo staff, dalla famiglia, riuniti intorno ad un braciere a bere vino dolcissimo e mangiare oden, l'ultimo oden per noi due. Ridere con le battute del padre, ascoltare i signori anziani ubriachi fare discorsi saggi e ridondanti, aiutare a mettere in ordine e andare ancora a pregare insieme, prendere gli omikuji e appendere il suo insieme, fare una fila eterna per l'okonomiyaki, insieme, tutti e quattro, e "andiamo al karaoke" e io "andiamo!" e lei "Ale-chan, lascialo stare, è ubriaco..a casa!" e il piccolo a ridere. Infine, la metro. Un lungo, appassionato, eterno discorso di ringraziamento, di "se ti fa qualcosa di male chiamami, non lo perdonerò, vieni a stare da noi quando vuoi, sistemiamo la stanza, stiamo insieme, se ti serve qualcosiasi cosa" e grazie, grazie, grazie e stupirsi ai miei discorsi, vedere gli occhi lucidi a sentire l'inverso, di quanto quell'anima bella anche se estremamente tormentata avesse portato nei miei tormenti il vento delle sue tempeste sorde a sconvolgere tutto e poi a guardar bene non aveva che messo in ordine. E finalmente vederli parlare da soli e saperli a dire "prenditi cura di questa ragazza preziosa e di te". E' questo il miracolo, la verità dei mondi che sono. Tutto qui. 

Finalmente, alla fine, sul finale, dell'inizio, scendere in metro e prima di separarci per i due capi opposti di Tokyo nascondersi dietro un chiosco chiuso e una delle sue perle "ahhh, finalmente ci possiamo baciare". E grazie, ancora, ancora, korekara, bokura no basho ni natta, sunda kuuki ni mo kimi wo mitsukeru. Queste parole non hanno alcun prezzo in ogni giorno dell'anno. Questo miracolo non ha nome nè tempo. E' e basta. Yukkuri. Rakuni. Shiawase. 

Questo è l'anno della bellezza e della verità. Il 13 è il mio numero fortunato per eccellenza, il numero del successo.諦めない。Non c'è (nemmeno)ex-ragazza patatetica, collega, ipocrita, burocrazia che possa distruggerlo. Siete tutti solo cagnetti innocui che abbaiano più di quanto possano permettersi. Per quanto mi riguarda mii affido solo all'onda del mio destino balordo. Porta sempre e solo ad un punto. Il centro del centro di me, nemmeno poi così in fondo. Grazie, shizen no kamisama.

Manca ancora tutto un anno di beltà


Mochi tsuki




venerdì 28 dicembre 2012

Nipponia onirica


Penso di aver scritto nella mia mente un’infinità di cronache di Nipponia in questi mesi, ma ero troppo impegnata a viverle per trascriverle e riviverle. Nel frattempo la mia vita ha subito una rivoluzione di 360°che mi ha portato al punto di prima ma risvoltata e le cronache stesse hanno continuato a cambiare. Ora sono osservazioni, critiche, discussioni linguistiche, stupidate, momenti, persone, opacità sociali. Ho intenzione di ricominciare dopo quel breve preludio, considerato che fino alla fine del 2013 ne avrò tutto il tempo. Mi piacerebbe che qualcuno mi facesse domande, mi piacerebbe rispondere, mi piacerebbe poter dire al Giappone in italiano cos’è il Giappone. Per un giapponese e per un italiano. Anche perché quando parlo non mi ascoltano davvero, sono troppo permalosi. Forse la parola scritta come ferita perenne può essere guardata e rivista e scossa e portare ad un piacere sconosciuto. E’ la scrittura, una delle poche cose che mi piace davvero fare, dopo la lettura e i baci. Perciò comincerò presto, partendo da tutto ciò che è successo. Piano e con dovizia di particolari insignificanti.

E’ una minaccia. 


lunedì 10 settembre 2012

まだ夏 - Le cose non 'friniscono' così

Settembre
pacificamente il 10

Seduta sul letto intorno alle cinque di pomeriggio. Il condizionatore mi permette di non condividere con le cicale che il loro frinire alla greca. Non sono mai stata in Grecia, in realtà, ma è così che d'estate mi immagino il frinire delle cicale. Forse perché sono stata in Calabria per tanti anni. O sarà proprio casa mia tante estati fa. Sarà l'infanzia.

Seduta sul letto intorno alle cinque, io, il pc, due libri e un cellulare. Tutto giapponese, tranne me e il pc. Nello stomaco due onigiri tsuna-mayo, negli occhi le vie di Setagaya, il passaggio a livello, i kombini tra le villette, la mia stanza tutta in legno e modernità, ampia, pulita, fresca (grazie, deumidificatore - condizionatore), gli slanci di Uno-chan e Bebe-chan, quest'ultimo detto l'illuso, giacché convinto fermamente di essere un gatto laddove appartiene ovviamente e inconfutabilmente alla famiglia delle solanaceae. Come sono solita ripetergli: è una patata.

Seduta sul letto intorno alle cinque di un pomeriggio caldo e piacevole. I panni sono stesi ad asciugare accanto a me, la lavatrice finisce di lavare i bianchi in quel suo modo strano. I miagolii di quei poveri due esploratori che non possono entrare assolutamente nella mia stanza, zettai dame desu ne. L'attesa della mail dello shachou che mi dica "sì, vieni questo giorno per parlare del lavoro e del visto", il ricordo delle dolcissime mail di un teso e ansioso Hiro, trepidante e solare, finalmente. La voglia di restare in casa senza paura, ché Shibuya è a quattro fermate. Il frigorifero pieno in una casa con tutti i comfort e il bagno, la mia stanza preferita.

Non so quanto siate esperti di bagni alla giapponese, ma potrei dirvi qualcosa io, alle morbide cinque di pomeriggio. Qui la toilette, con il solo water e ciabatte apposite con le quali si entra solo in quella stanza impura, è separata dal 'bagno' vero e proprio. In bagno c'è una stanza nella stanza. Nella stanza 'contenitrice'   c'è il lavabo, armadietti, la lavatrice. La stanza contenuta è la vera e propria doccia. Con la vasca. Perciò, riempita la vasca, ognuno fa la doccia, si lava per bene, si ripulisce e poi si infila nella vasca in cui anche gli altri componenti della famiglia potranno fare il bagno poi, fatta a loro volta la doccia. Generalmente tutti fanno la doccia e solo occasionalmente il bagno.  E non c'è cosa più bella che fare la doccia in un'intera stanza, guardando le stelle dalla finestra aperta o il cielo azzurro della mattina piena. Questi, ovviamente, i privilegi della casa meravigliosa in cui vivo. Bacio a terra e ringrazio ancora una volta. L'eleganza, la bellezza, la tradizione, la modernità. Sto vivendo in un bozzolo di Giappone privilegiato. Sono felice come più non potrei essere, al centro del cuore di Tokyo.

E il treno che passa, spesso e piano. Ciu-ciuf, ciu-ciuf. Mi culla sui suoi binari semplici e cadenzati. E aspetto il futuro tenendolo stretto al petto tra le braccia serene.

martedì 4 settembre 2012

Modori

Credevo che avrei scritto così tanto mentre ero in Italia o che, se non l'avessi fatto, sarei stata impelagata in mille e più cose..invece sono stata coinvolta in un dubbioso e controverso rapporto con una casa vuota e il letto sfatto ad avvertire il più profondo senso di inadeguatezza. Io non ero adatta a loro e loro non erano adatti a me. Impossibile rifare il letto ogni giorno.

Sono tornata l'8 luglio ed ho girovagato per l'Italia per un paio di settimane cercando la mia dimensione. Prima, quarta, chi se ne frega. Terminate le faccende, sono tornata a stabilirmi al paese. Dopo una settimana di saluti, i regali erano quasi finiti e le speranze pure. Si prova una strana sensazione, a tornare a casa. Una strana, stranissima sensazione di vuoto e paura. E dolore di non sapere di cosa e perché. Quella la parte più brutta. Quando non hai un progetto, un programma o una scialba pianificazione che sia una, non sai perché vai, molto peggio di non sapere dove andare. Io sapevo solo che volevo tornare a casa. In Giappone.

Quando sono stata in Giappone, due anni fa, sognavo solo di metterci piede. Ci sono stata un mese, con un'amica italiana, facendo home stay in due case diverse, andando a scuola di giapponese per stranieri a Shibuya ogni mattina ed uscendo una sera soltanto qualche giorno prima di tornare. In più, mi ero fidanzata da poco e avevo solo (solo???) 20 anni. Vabbè, praticamente 21. Volevo ancora sentirmi vicina. Tornare è stato triste ma tornavo da qualcosa. Dovevo finire l'università, finire il mio rapporto, finire di contarmi i giorni uno dopo l'altro. Era stato solo il sogno di sempre che si realizzava. L'avevo deciso anni prima e l'avevo portato a termine.

Poi ci sono tornata, come raccontano scioccabilmente (plurisemanticate, prego) queste cronache. Questa volta avevo la libertà di non avere una casa. Non stavo scappando, non stavo cercando. Stavo solo, semplicemente, vivendo un'esperienza. Fatto il mio dovere, laureata, raccolti i soldi lavorando, ho vissuto un'esperienza. E la vita mi è caracollata addosso raccogliendomisi un po' tra le mani. L'ho guardata e mi è piaciuta da morire. Così, l'ho sposata. Ho deciso che sarebbe stata mia, l'ho inseguita e l'ho indossata come meglio mi stava addosso. Non riuscivo a non sentirmi così viva. Le cronache di Nipponia sono il risvolto della mia anima rigirata e rimescolata di rosso. Sono me da me, sempre che me sia mentre me - no- male.

Restare a casa è stato incredibilmente difficile. Non riuscivo a reinserirmi, non riuscivo a condividere, a sprofondare. Non ero più la stessa e non lo era nemmeno chi mi stava intorno e si aspettava un'Alessandra da me (perché è così che mi chiamo, se non l'avessi già detto). Io so dove voglio andare, so cosa voglio essere. Ed ora mi aspetta un'occasione, una sola, che scade entro 90 giorni. O la va, o mi spacco.

Sarà visto lavorativo o sarà un bel calcione nel didietro con tanto di scritta "fail"? Questo non lo può sapere che l'ufficio immigrazione. Io vado a cercare un futuro sperando di non deludermi, né me né quell'uomo con i baffi, quello bello che mentre mi abbracciava mi ha detto all'orecchio "è un'occasione, una sola. sfruttala.". Vorrei vincere per lui che crede in me anche quando scuote la testa e inveisce ai miei difetti.


Le cronache di Nipponia - Reloaded
Le avventure nel regno di Burocratilandia


A noi 127.770.794, nipponesi! Domani si parte!